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Il collezionista errante
La storia di Fradet nasce da una filosofia tanto semplice quanto difficile da mettere in pratica. Non cercare l’auto restaurata alla perfezione, ma quella autentica. Vernice originale, interni immacolati, pochi chilometri e una storia documentata. Ogni esemplare doveva raccontare non solo l’evoluzione tecnica della Casa del Double Chevron, ma anche quella delle persone che l’avevano posseduto, ed è per questo che in quarant’anni di ricerche ha visitato cascine e concessionarie fallite, setacciato collezioni private e mettendo il naso nelle successioni ereditarie. Molte delle vetture sono state acquistate dopo lunghe trattative, altre sono state trovate grazie al passaparola tra appassionati. Fatto sta che oggi il museo occupa circa 2.500 metri quadrati, suddivisi in tre grandi aree dedicate alle Traction Avant e alla famiglia DS, alla dinastia della 2CV e ai modelli più recenti, dagli anni 70 agli anni 90
Ogni auto racconta una storia
La particolarità del CitroMuseum non è soltanto la quantità delle vetture esposte, ma il loro stato di conservazione. Il chilometraggio medio si aggira attorno ai 20 mila chilometri e la maggior parte delle automobili conserva ancora la vernice uscita dalla fabbrica. Inoltre, ogni esemplare è accompagnato da una scheda dettagliata che racconta la sua vita: chi l’ha acquistato, perché è rimasto inutilizzato, dove è stato custodito e come Fradet è riuscito a rintracciarlo. È quasi un museo antropologico dell’automobile, dove le storie delle persone si intrecciano con quelle della meccanica e dove il rapporto proprietario-vettura è il vero protagonista di un racconto che mescola storia, società, costume.
Dal mito DS fino agli anni 90
Passeggiando tra le corsie del museo si attraversano quarant’anni di innovazione Citroën. Ci sono le eleganti Traction Avant, la rivoluzionaria DS, qui presente con l’esemplare numero 32 – considerata la più antica DS di serie oggi conosciuta e presentata su una pedana rotante come al Salone di Parigi del 6 ottobre 1955 -, una rara ID 19, la raffinata DS 21 Cabriolet firmata Chapron e una D Super praticamente nuova. Non manca naturalmente la grande famiglia della 2CV con tutte le sue declinazioni: AZ, AZU, Dyane, Ami, Méhari (particolarissima la versione dei vigili del fuoco con tanto di sirena), Acadiane e gli altri modelli derivati che hanno accompagnato la motorizzazione della Francia rurale. A completare il racconto arrivano GS (inclusa una rarissima Birotor con motore Wankel, prodotta in soli 847 esemplari), GSA, SM, CX, BX, Visa, AX, XM e numerosi altri modelli più recenti che oggi stanno vivendo una meritata riscoperta tra i collezionisti.
Le curiosità che valgono il viaggio
Tra le tante vetture custodite da Fradet alcune sembrano uscite da una capsula del tempo. C’è una 2CV A del 1954 con appena 7.300 chilometri: fu acquistata soltanto per accompagnare una persona anziana durante le passeggiate domenicali e venne parcheggiata definitivamente pochi anni dopo la sua morte. Ancora oggi conserva perfino la carta protettiva originale sui pannelli delle portiere. Altrettanto affascinante è una CX 2400 GTI appartenuta al proprietario di una concessionaria Citroën, equipaggiata con accessori d’epoca ordinati appena ritirata e ancora provvista delle ormai rarissime Michelin TRX, spesso sostituiti nel corso degli anni per il costo proibitivo degli pneumatici. E poi c’è la AZU del 1961 trasformata da GlacAuto con finestrini laterali posteriori, modifica ufficialmente approvata dalla stessa Citroën, testimonianza di un’epoca in cui anche gli allestimenti speciali diventavano parte della storia industriale del marchio. Alla fine della visita si comprende che Henri Fradet non ha semplicemente raccolto 120 Citroën, ma ha scelto di preservare un modo di costruire automobili in cui il coraggio tecnico aveva sempre la precedenza sulla convenienza commerciale. In un’epoca in cui molti restauri cancellano le tracce del tempo, lui ha scelto invece di conservarle, perché una Citroën perfettamente originale, con la sua vernice leggermente opacizzata e il suo odore di fabbrica ancora intatto, racconta molto più della semplice storia di un’automobile: racconta quella di un Paese che, per decenni, ha avuto il coraggio di immaginare il futuro su quattro ruote. E forse è proprio questo il vero capolavoro della collezione di Castellane.


