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Campionessa di comfort
La One-Eighty era, alla fine degli anni 30, il modello al vertice della gamma, una grande automobile destinata a una clientela che non chiedeva semplicemente di spostarsi, ma pretendeva di farlo nel massimo comfort possibile. Una vettura nella quale questo concetto aveva già un significato molto più ampio rispetto alla semplice comodità dei sedili e partiva dal motore, un otto cilindri in linea da 356 pollici cubi, pari a circa 5,8 litri, con 160 CV, dall’erogazione particolarmente fluida, abbinato ad un cambio manuale a tre marce. All’interno, tra pelle, tessuti pregiati, moquette e persino un particolare rivestimento in lana del padiglione, il lusso non mancava, ma c’era qualcosa contro cui non era ancora stata trovata una soluzione: il caldo.
Il fresco dal bagagliaio
Già all’inizio degli anni Trenta si erano visti esperimenti artigianali e soluzioni più o meno fantasiose per raffrescare gli abitacoli, ma la Packard fu la prima Casa a trasformare il concetto in un sistema disponibile come optional. La presentazione ufficiale avvenne nel novembre 1939 al National Automobile Show di Chicago, mentre la tecnologia entrò nella gamma Packard a partire dall’anno successivo. Il sistema, sviluppato e fornito da Bishop & Babcock, venne inizialmente definito “mechanical refrigeration”, refrigerazione meccanica, e successivamente “Weather Conditioner” e sfruttava lo stesso principio di funzionamento di un impianto frigorifero, con un compressore, azionato dal motore, che faceva circolare il refrigerante, mentre un evaporatore abbinato al ventilatore produceva l’aria fredda destinata all’abitacolo. Il problema era che nel 1940 la tecnologia era agli albori e quasi tutto il bagagliaio finiva per essere occupato: per lo stesso motivo, l’aria fredda entrava dalla zona posteriore dell’abitacolo e – vista l’assenza di bocchette integrate nel cruscotto – potevano beneficiarne prevalentemente i passeggeri dietro.
Accessorio rudimentale
Se oggi siamo abituati a scegliere 21 o 22 gradi, magari differenziando la temperatura tra conducente e passeggero, sulla One-Eighty non era possibile regolare la temperatura e, in sostanza, il dispositivo era acceso oppure spento. Quest’ultima operazione peraltro prevedeva che il conducente scollegasse manualmente la cinghia che andava dal motore al compressore, non propriamente un’operazione comoda, senza contare che l’aria utilizzata da questo rudimentale condizionatore era solo quella dell’abitacolo, non essendo provvisto di prese d’aria esterne. Infine il prezzo, un altro dettaglio non trascurabile: il “Weather Conditioner” costava tantissimo, tanto da renderlo un lusso per pochissimi, nonostante la clientela d’élite del modello.
In anticipo sui tempi
Il risultato era dunque un sistema ingombrante, costoso, poco pratico, poco affidabile e tutt’altro che semplice da gestire. Non sorprende che l’idea non ebbe un grande successo commerciale e che Packard decise di abbandonarla già dopo il 1941, mentre non si può fare a meno di accorgersi che si sarebbe dovuto aspettare oltre un decennio prima di vedere impianti di aria condizionata, con quello della Nash Ambassador del 1954 che per la prima volta integrava nel cruscotto tutte le funzioni riguardanti la ventilazione di bordo. Anche in Italia in quegli anni iniziarono a vedersi i primi sporadici impianti, ma tutti aftermarket, basati su kit americani e ci sarebbero voluti ancora molti anni prima di avere l’aria condizionata (ancora come optional di lusso) offerta direttamente da Fiat, Lancia e Alfa Romeo. Oggi, quando l’aria fredda che esce dalle bocchette ci offre un delizioso sollievo, non ci facciamo quasi più caso, ma vale la pena ringraziare quel gigantesco macchinario nascosto nel bagagliaio della Packard One-Eighty. Aveva già intuito una delle grandi verità dell’automobile moderna: viaggiare bene significa farlo senza soffrire il caldo.


