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Una sleeper ante litteram
Anche la nuova Mk VII, al suo apparire nell’ottobre 1950 al Motor Show di Londra (ma iniziò a divorare la strada, appunto, nel 1951), fece sensazione per essere la prima berlina a sfondare il muro dei 160 km/h. Abbondantemente: la Jaguar dichiarava una velocità massima di 168 km/h. Inaspettato più per il suo aspetto che per quello che ruggiva dentro al cofano, così sinuosa, opulenta, bombata e imponente, per nulla intimorita di far concorrenza a Bentley e Lagonda. Ma a 998 sterline di prezzo, il concetto di value for money polverizzava qualsiasi concorrenza: Lyons aveva imposto di stare sotto alla soglia psicologica delle mille, a tutti i costi. La rivista statunitense Road&Track celebrò il suo mix incomparabile di velocità e comfort, stupiti di come una berlina inglese di “soli” 3400 cm³ potesse andare più veloce dei V8 americani mentre coccolava i passeggeri. Lyons ci aveva visto giusto: dopo un tour degli USA nel 1948, era quello il posto giusto per esportare in massa (e doveva farlo, per rientrare nella graduatoria delle aziende britanniche alle quali veniva assegnato l’alluminio, a lui necessario). L’esclusività della Mk VII fece il resto, aiutata da un cambio automatico.
Si aggiorna poco
Nel campionato Turismo la MKVII si dimostra valente: Stirling Moss vince a Silverstone nel 1952 e Mike Hawtorn mantiene una media superiore a 75 miglia orarie, quindi si va ad aumentare la potenza (e ad arricchire ulteriormente l’allestimento) con le successive Mk VII M, Mk VIII e Mk IX. Il primo premio al Rally di Monte Carlo 1956, l’unica volta per la Jaguar, fu un’altra vittoria inaspettata: la nobile stazza le fu d’aiuto, premendo al suolo le ruote e migliorando la trazione sulla neve, e permettendo agli equipaggi di dormire sui sedili posteriori fra uno stage e l’altro. Mantenendo invariata la sostanza, l’ultima Mk IX esce di scena nel 1961, ormai con il 3800 cm³ da 220 CV e 4 freni a disco.


