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L’inizio di una nuova era
Nel 1950, al Salone di Torino, la Lancia presentò l’Aurelia, prima vettura di serie industriale al mondo a montare un propulsore V6. In verità la Delahaye Type 44 fu la prima vettura stradale a offrire questa soluzione, ma rimase di fatto un esperimento. L’idea in Lancia risaliva al 1943, quando il giovane ingegnere Francesco De Virgilio, sotto la supervisione di Vittorio Jano, cominciò a studiare le geometrie di un sei cilindri a V, in sostituzione dei 4 cilindri. Dopo anni di calcoli e prove, emerse che l’angolo di 60 gradi tra le bancate era il più adatto a garantire equilibrio, regolarità di funzionamento e compattezza costruttiva. Nasceva così un propulsore di lega leggera, con cilindri riportati in ghisa, distribuzione ad aste e bilancieri, camere di combustione emisferiche e distribuzione a catena. Soluzioni non innovative, ma ottimizzate che ben si adattavano a questa nuova concezione di motore che voleva avere spazi contenuti, coppia ai bassi regimi e vibrazioni ridotte.
Evoluzione in numeri
Il primo V6 da 1.754 cm³ erogava 56 cavalli. Non erano da primato, ma l’elasticità e la silenziosità rendevano questo motore unico rispetto ai quattro cilindri coevi (la sua rivale principale fu l’Alfa Romeo 1900). L’evoluzione portò nel 1951 a un 1.991 cm³ da 70 CV sulla berlina e 75 CV sulla coupé Lancia B20, nel 1952 a una seconda serie con 80 CV e nel 1953 alla svolta con il 2.451 cm³ da oltre 110 CV. La meccanica dell’Aurelia era altrettanto avanzata: cambio e differenziale riuniti in un transaxle posteriore, freni posteriori entrobordo, sospensione anteriore tipica della Lancia, di derivazione Lambda e sospensione posteriore indipendente. La potenza non era il suo punto forte, ma la leggerezza, la stabilità in curva e la tenuta di strada la rendevano una vettura molto performante rispetto alla concorrenza che offriva cavallerie superiori.
Versioni di serie e speciali
La produzione iniziò con la B10 berlina (1950-53, circa 5400 unità) e la B20 Coupé, seguita dalla seconda serie B12 (1954-1956, circa 2400 unità), ma proponeva anche versioni più lussuose, accessoriate e potenti: B21, B15 e B22. Accanto alle versioni di serie, Lancia offrì telai speciali per carrozzieri esterni. La B50 e la B52 furono destinate a cabriolet e coupé esclusive firmate Pininfarina, Vignale e Ghia. Nel 1954 comparve la B24 Spider America, icona assoluta dello stile italiano, con il caratteristico parabrezza panoramico e paraurti divisi, prodotta in 240 esemplari. Dal 1956 al 1958 arrivò la B24 Convertibile, più pratica con finestrini laterali e paraurti continui, costruita in 521 unità. In totale le Aurelia prodotte furono circa 18.200.
Dal V6 Aurelia al V6 Dino
Il V6 Aurelia non fu solo un primato industriale: gettò le basi per una nuova generazione di motori italiani, ma non solo. Nel 1955, quando Lancia purtroppo si ritirò dalle corse, Enzo Ferrari chiamò a Maranello Vittorio Jano. L’ingegnere aveva supervisionato i lavori di De Virgilio sul V6 Aurelia e portò con sé quell’esperienza nella progettazione del nuovo motore della Dino. Il V6 Ferrari nacque esattamente come il propulsore Aurelia, con un angolo di 60° (poi portato a 65°) e la stessa base concettuale che garantiva compattezza, leggerezza, camere emisferiche. Il motore della Dino, molto prestazionale e sofisticato anche per gli standard moderni (aveva distribuzione a 2 alberi a camme in testa per bancata e due candele per cilindro) aveva ancor più in comune coi V6 Lancia da corsa nati con la D20. Oggigiorno queste unità propulsive sono tra le più utilizzate e per le più disparate applicazioni, dalle comode vetture stradali alle supercar sino alle Formula 1. Tutte devono molto a Gianni Lancia.


