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Umili origini
Le prime tre auto costruite nei mesi precedenti sono verniciate in blu, bianco e rosso come la bandiera tricolore francese, per essere svelate il 14 luglio in onore della festa nazionale. Si chiama A106, dal codice progettuale della versione più spinta del motore della 4CV, la base di partenza. Chassis rinforzato da Brissoneau et Lotz, e carrozzeria Chappe et Gessalin interamente di fibra di vetro, dopo che le pre-serie di lamiera d’acciaio avevano ottenuto il giusto riscontro estetico. Dopo la coupé arriva la cabriolet, e soprattutto la A106 Mille Miles, portata a 50hp (all’epoca tanti bastavano per correre) con doppio carburatore, albero a camme specifico, 540 kg, velocità massima di 140 all’ora, buona tenuta di strada e persino cinque marce ! Verranno costruite solo 251 A106 tra il 1955-61, già evidenziando però le caratteristiche di innovazione, leggerezza e ossessione per le performance che saranno poi il principale motivo di affermazione delle successive Alpine più famose.
Crescere correndo
Dopo la A108, stavolta derivata dal propulsore della Dauphine, disegnata da Michelotti e forse troppo sciccosa per il suo ruolo, arriva la consacrazione definitiva nel 1962, con la A110. Inizialmente circoscritta in Francia finché mantenne il 956 cm3 della Renault 8, quando passa nel 1964 al 1108 della Major, poi a quello della Gordini, e finalmente nel 1969 al 1600 cm3 della R16, si tramuta in una “mangia-Porsche” che forse nemmeno la stessa Alpine si sarebbe aspettata, diventando Campione del Mondo Rally nel 1973. Arduo trovare un’erede superiore: nello stesso anno la Alpine in cattive acque passa sotto il pieno controllo della Renault, poiché la più trattabile (ma anche più blanda) A310 non convince unanimemente, ancor meno la successiva Alpine GTA. Trascinando per troppo tempo un concetto tecnico-estetico sorpassato, si decide di staccare la spina nel 1995 ma, grazie a dei piani interessanti, nel 2012 Alpine rinasce dalle sue ceneri, sempre rimanendo a casa, a Dieppe.


